Il Primo Marzo

Ciao Marco. Oggi è il 1 marzo, e sono 11 anni che te ne sei andato. Mi fa strano usare queste ultime parole, perché sebbene abbia già parlato di te al passato, e scritto più volte di come tu non ci sia più, un post come questo rende la cosa ufficiale.

Da quel 1 marzo 2008, sono già passati 11 anni. Una cazzo di vita! E vedessi com’è cambiato mondo. Tutti hanno internet sul telefono, e mandare un messaggio non costa più 15 centesimi. I ragazzini hanno smesso di uscire in compagnia, e non vogliono più il motorino. I carabinieri, mi dicono, hanno cambiato atteggiamento verso i pochi che ancora lo scooter, lo truccano. Non c’è più nessuno che gli scappa, e non hanno più nessuno da rincorrere a sirene spiegate per le vie del paese.

Anche le strade del paese sono cambiate. Gli interminabili rettilinei sono stati interrotti da una serie infinita di rotonde, che riducono gli incidenti ma rendono praticamente impossibile stabilire un record personale di impennata. La musica è cambiata, e con lei tutto ciò che 11 anni fa ti rendeva parte della categoria giovani.

Mi chiedo cosa ne penseresti tu, di questo mondo odierno. In che modo affronteresti le tue sfide quotidiane, tu che ti facevi beffa di tutto e tutti. Se ti fosse stata data l’opportunità di crescerci, in questo strano mondo, che persona saresti diventata? Cosa faresti oggi? Quali sarebbero i tuoi pensieri, e le tue opinioni? Se non te ne fossi andato a 16 anni, chi saresti adesso, bambino mio?

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Just Keep Moving #029

Oggi sono stanco. L’orologio del computer segna le 18:50, e se davvero esistono giornate più lunghe di altre, questa è sicuramente una di quelle. Vi confesso che provo un po’ di vergogna nel dire che sono stanco, perché ho l’impressione che suoni come un lamento, ma ho deciso di scriverlo comunque. In un post precedente ho detto che avrei raccontato la professione dell’imprenditore nella maniera più sincera possibile, e scrivere slogan motivazionali, oggi, sarebbe una grandissima menzogna. Mi sento soddisfatto di ciò che ho fatto durante la giornata, ma allo stesso tempo sono davvero prosciugato. Ho chiuso e aperto il computer una decina di volte, indeciso se scrivere o meno. La solita vocina mi diceva di farlo domani, ma siccome ho imparato a mie spese che ascoltarla non porta nulla di buono, eccomi qui a buttar giù due righe.

Giornata lunga, dicevo. È iniziata stamattina presto mentre cercavo di smaltire i residui della cena di ieri al ristorante indiano (il chicken tikka è la cosa che più al mondo si avvicina al nettare degli dei, finché non devi digerirlo) e mi preparavo a farmi tatuare l’ennesimo capolavoro di Davide. La mattinata è stata dedicata a quello, e dopo quattro ore letteralmente volate (e un frullato proteico al volo) mi sono buttato a capofitto nel lavoro.

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Maria

Cara nonna, oggi ti ho salutata per sempre. E ti assicuro, che nonostante mi fossi aspettato questo giorno almeno 1 milione di volte, questa sera, il per sempre un po’ mi schiaccia.

È strano, perché mi sono sempre creduto piuttosto distante dinnanzi alla morte, quasi non mi toccasse nemmeno. L’ho sempre considerata, e la considero tuttora, parte inscindibile della vita. Qualcosa di inevitabile.

Sarà perché l’ho vista in faccia, mentre fredda ricambiava il mio sguardo. O perché nella mia breve vita (breve paragonata alla tua) di persone ne ho viste partire più di quante avrei voluto. Magari dipende dalla genetica, o dal carattere. Non so spiegarmelo, so solo che ci ho sempre convissuto bene. Eppure, oggi non è così.

Mi sono svegliato ripensando ai ieri pomeriggio, quando un po’ controvoglia (non mi è mai piaciuto andare a trovare i morti, perché ho sempre pensato sia meglio ricordarsi una persona da viva) sono venuto a trovarti alla camera ardente. Te ne stavi la, sdraiata, con gli occhi chiusi e le mani incrociate. Tra le dita, reggevi un rosario identico a quelli che mille volte ti ho visto stringere nelle mani ogni volta che venivo a casa tua. Ti avevano messo un vestito nero, che tanto piace alla mamma, e un foulard bianco attorno al collo.

Ti ho guardata per un po’, ed ho pensato che la mamma aveva ragione. Sembravi davvero una nobildonna. Mi sono chiesto se quelle a cui hai fatto da governante per tutta la vita, abbiano mai avuto almeno la metà della grazia che esprimevi in quel momento.

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Time 2.0

Oggi è stata una domenica che in inglese definirei con la parola Numb, ossia intorpidita. Sono esattamente le 21:47, il Milan sta vincendo 2 a 0 sul Cagliari, fuori diluvia e la mia connessione a Internet (tanto per cambiare) non funziona. In camera mia l’oscurità regna sovrana, fatta eccezione per la luce emanata dallo schermo del computer, e la spia del router con scritto “connessione” che lampeggia ostinatamente. Fuori dalla finestra, il ritmico ticchettare delle gocce di pioggia si mischia ai lamenti strazianti di un gatto, che mi chiedo se sia membro della gang di felini con cui ho iniziato una faida nelle ultime settimane (se non hai idea di che cosa stia parlando, dovresti seguirmi su Instagram).

Dopo una prima incazzatura con il fato, complice di avermi regalato la connessione internet peggiore della storia, mi sono detto che non c’era nulla da fare, e che sarebbe stato meglio buttar giù due parole. Quindi eccomi qui! Intorpidito, come intorpidita è stata questa seconda domenica di febbraio, a parlare del tempo.

Appena battute queste ultime tre parole, mi sono reso conto che “parlare del tempo” può essere interpretato in modi diversi, quindi una piccola chiarificazione. Sebbene abbia iniziato nominando la pioggia, questo post non tratterà il tempo in termini meteorologici. Per quello ci sarà spazio quando sarò pensionato, e non avrò più nulla da dire.

Il tempo di cui voglio parlare stasera, e di cui avevo parlato in precedenza in un altro post (che risulta ai miei occhi, stranamente, ben scritto) è quello che ci scorre davanti al naso ogni singolo giorno che passiamo sulla terra.

Noi esseri umani lo quantifichiamo in secondi, minuti, ore e giorni. Alcuni tra noi, in attimi, respiri o palpitazioni cardiache. C’è chi lo chiama tempo, chi lo chiama vita, chi supplizio, chi noia.

Per i cani, va sette volte più veloce.

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Just Keep Moving #028

Ciao! Quello di oggi sarà il 28º episodio della serie JKM, e il tema di questa puntata sarà il Public Speaking.

Entro subito nel vivo del discorso, e vi spiego come mai ho scelto il termine “Public Speaking” (volutamente in inglese) e non “parlare in pubblico”. La risposta è molto semplice. Ho scelto il termine inglese, perché questa professione in Italia non esiste. O almeno, esiste da molto poco. Ed essendo una professione più che prematura, quasi non viene riconosciuta.

I pochi italiani che la praticano, i cosiddetti public speaker, definiscono se stessi attraverso la terminologia inglese. Che tu lo faccia da una piattaforma online, o da un palco, non ti classificherai mai come parlatore pubblico, ma come speaker.

Ma cosa fa, nella pratica, uno speaker? Lo dice la parola stessa, parla! Viene definito speaker, chiunque trasmetta un messaggio a un gruppo di ascoltatori, usando le proprie parole. Ne esistono di diversi tipi, da quelli che lo fanno in pubblico (cosiddetti public speaker), a quelli che lo fanno attraverso il microfono di una radio (speaker radiofonici), a quelli che lo fanno per trasmettere motivazione (speaker motivazionali), eccetera. Il fine comune di tutte queste figure, è sempre e soltanto comunicare un messaggio a chi le sta ascoltando.

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Tradimento

L’idea di oggi era di parlare di visibilità, ma come spesso mi capita, sento il bisogno di esorcizzare dei pensieri che mi frullano in testa da stamattina, e lo farò buttandoli giù in forma scritta. Di questo processo, di esorcismi e di come io riesca a liberarmi di determinate emozioni attraverso la scrittura, voglio parlare in futuro. Mi piacerebbe descrivere il Mio processo creativo, che ad oggi definirei un blocco dello scrittore al contrario. Al contrario, perché ci sono delle emozioni che riesco a liberare solo attraverso la scrittura. Mi capita di essere fermo su un pensiero, una sensazione o uno stato d’animo, e scrivere mi aiuta. Le prime parole hanno lo stesso effetto di una crepa su una diga, e senza che me ne renda conto il rigagnolo d’acqua iniziale si trasforma in un fiume in piena, che porta via con se i detriti, liberandomi. Comunque, sto divagando, e di questo voglio parlarne in futuro.

L’argomento che voglio trattare nel post di oggi, è il tradimento. Non di un tipo di tradimento specifico, ma nel senso più generale del termine. Comincio, quindi, facendovi la seguente domanda: vi siete mai sentiti traditi? E ancora: avete mai tradito?

Sentirsi traditi, o aver tradito, la domanda che vi starete ponendo potrebbe essere chi, o che cosa. Chi ho tradito? (O chi ha tradito me?) Cosa ho tradito? (O che cosa, di mio, è stato tradito?)

A voi che leggete lascio libera interpretazione delle mie parole.

Io è da stamattina che mi sento tradito. Ed è la prima volta in vita mia, che provo questa emozione in maniera così intensa.

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Crisi

Ciao! Quello che seguirà, non è un post programmato. Non che io programmi gli articoli che pubblico su questo blog, ma solitamente il giorno designato a questo compito era domenica, non il sabato. Cosa mi ha spinto a condividere questo pensiero, ve lo dico subito. Avevo appena chiuso una telefonata con il mio commercialista, e nei minuti successivi ho aperto facebook ed ho iniziato a scorrere la bacheca. Dopo un paio di swipe verso il basso, un articolo fresco di pubblicazione ha catturato la mia attenzione. Il titolo? “La vita di Massimo distrutta dalla crisi: ormai dormo in auto”.

L’articolo racconta la storia di Massimo Presolana, un bresciano DOC di 38 anni costretto, a detta sua dalla crisi economica che attanaglia il nostro paese, a dormire in macchina e a contare tra gli unici averi, un piumone, pochi spiccioli, i vestiti che indossa e un’Alfa 147.

Non voglio dilungarmi sul contenuto dell’articolo, di cui metterò il link e che potrete leggere voi stessi, perché voglio concentrarmi su un ragionamento che faccio ogni volta che leggo una storia simile. Prima di buttarmici a capofitto, voglio fare una premessa. Quello che seguirà non sarà un giudizio sulla persona di Massimo, ma un discorso più generale. Sono sicuro che dal suo punto di vista, abbia tutte le ragioni di questo mondo per trovarsi nella situazione in cui versa oggi. Ma vorrei provare a dare il mio punto di vista, senza con questo pretendere di dare lezioni a nessuno.

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Vergogna

Ci risiamo. Sono, per l’ennesima volta, sprovvisto di connessione a Internet. Proprio come una settimana fa, mi ritrovo off the grid, ed ho deciso di sfruttare questo momento per buttare giù due parole. Di cosa parlerò, ancora non lo so, ma cercherò di dare un senso al mio blaterare mentre scrivo. A differenza di settimana scorsa, oggi mi trovo in cascina, nella casa che mio padre ha in affitto da una decina di anni. Come ogni cascina che si rispetti, anche questa è sperduta in mezzo alla campagna. È circondata da centinaia e centinaia di campi coltivati a granoturco (?), ed è forse questa la ragione per cui la connessione Internet qui viaggia a velocità del terzo mondo.

In sottofondo, dalle casse del surround che ho installato in camera mia la voce di Bruce Springsteen che canta Rosalita, culla i miei pensieri. In questo periodo sto ascoltando molta sua musica, perché sto leggendo la sua biografia. Mi appassionano moltissimo le vite colorate delle rockstar, e sebbene risulti poco scorrevole in certi punti, anche questo libro mi sta offrendo degli spunti molto interessanti. Da un capitolo in particolare, sono rimasto così colpito che intendo suggellarne l’impatto con un tatuaggio.

Finora ne ho parlato con Davide, mio grande amico nonché tatuatore, e insieme abbiamo discusso le varie e possibili posizioni. Lo voglio in una zona visibile, che non venga nascosta dai capelli come succede con il tatuaggio che ho sulla testa, quindi ho pensato al collo. Vi saprò dire più avanti.

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Just Keep Moving #027

Questa mattina mi sono svegliato, e una volta aperto il computer, sono stato salutato da un triangolino giallo ben posizionato sulle cinque linee del Wi-Fi. Nel panico ho aperto chrome, e visto confermata la paura più grande del mondo moderno. Internet non funzionava, ed io ero totalmente scollegato dal mondo.

Ora, per evitare di suonare troppo drammatico, so bene che per collegarmi all’etere mi sarebbe bastato usare la rete mobile del telefono. Un semplice clic su “disattiva Wi-Fi”, ed il gioco sarebbe stato fatto. In un attimo, mi sarebbero state riaperte le porte del mondo in cui tutti, in quantità differenti, buttiamo una parte del nostro tempo.

Nonostante fossi più che tentato, ho deciso di non farlo, perché non volevo distrazioni. Il calendario segna la data “6 gennaio 2019”, ed io non ho ancora scritto il primo post dell’anno nuovo. Se voglio davvero raggiungere l’obiettivo che mi sono prefissato, devo essere costante, e ad oggi non lo sono. Quindi mi sono seduto davanti allo schermo, ho fissato per un po’ il documento bianco di Word (tutte le volte che scrivo con il computer non posso fare a meno di pensare a quanto mi piacerebbe farlo su carta vera), e piano piano sono arrivate le prime parole.

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