Il Primo Marzo (del 2021)

Gli anni passano. Veloci. Anzi, velocissimi. Così veloci che mentre ti penso e ne scrivo, posso quasi sentire il tempo scivolarmi tra le dita della mano.

Sarà stato il caso, o l’universo, ma ho iniziato questo post con l’obiettivo di non nominarti. Ho pensato che per una volta, una sola soltanto, avrei potuto brillare della mia luce. Senza per forza riflettere ogni fottuto raggio di sole che filtra su questo blog, sulla chioma infinita di capelli mossi che ti ritrovi.

Mi sbagliavo, ma questo già lo sai. Leggi ogni mio singolo pensiero, stronzetto impertinente. Sai così tante cose sul mio conto da sapere che le ultime parole che ho scritto, non le penso veramente. Almeno dal punto di vista dell’essere uno stronzetto.

Mi sbagliavo sul fatto che non saresti stato al centro del mio ennesimo post del 1 marzo. Avrei potuto prevederlo, considerato il fatto che ci sono giorni in cui sei ancora al centro dei miei pensieri.

Quindi sì, pensare che sarei stato capace di escluderti dalle mie parole scritte, è stato uno sbaglio madornale. L’ennesimo di una lunga striscia di errori commessi, strade sbagliate, vette mai scalate. Eppure, in questi mesi ci un po’ fatto l’abitudine. Saranno l’età, gli anni che passano, i virus che ci aleggiano sul collo, ma non penso di aver mai avuto un periodo che testasse a tal punto la mia pazienza.

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Dovremmo Stare Nudi, Io e Te.

Dovremmo stare nudi, io e te.

Sdraiarci sotto un tetto basso, ad ascoltar la pioggia picchiettare sulle tegole.

Battere il tempo con le dita, goccia dopo goccia, per lasciar scorrere le mani l’un sull’altro, mentre disegniamo capolavori che non vogliono pittura.

Mi prenderesti in giro, lo so. Diresti mille volte che penso solo a quello, che sono come tutti gli altri uomini.

Risponderei guardandoti senza emettere un suono, e abbozzando un sorriso, il mio silenzio ti darebbe ragione.

È vero. Che dovremmo stare nudi, io e te, lo ripeto spesso. Come ogni altro uomo, ti vorrei svestita sempre.

Ma puoi forse biasimarmi, se il destino ha fatto sì che t’incontrassi?

Se sono stato così scemo da svestirmi, per far entrare i tuoi occhi nei miei, perché farmene una colpa?

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Just Keep Moving #030

Breve storia.

Un pollo e un maiale stanno passeggiando l’uno accanto all’altro, entrambi persi nei propri pensieri. Vagano avanti e indietro per l’aia della fattoria fin quando il pollo, quasi come fosse appena stato folgorato sulla via di Damasco, rompe il silenzio con una proposta per il maiale.

“Io e te dovremmo aprire un ristorante!”

Il maiale, preso alla sprovvista dalla stravagante uscita del pennuto, smette di passeggiare e comincia a ragionare sulla proposta appena ricevuta. Passa qualche minuto, forse più di qualche, e poi risponde.

“Ci sto, apriamo un cazzo di ristorante!”

Galvanizzati dall’idea di diventare ristoratori, i due si mettono subito a discutere i dettagli dell’operazione. Decidono il numero dei coperti, il colore delle pareti, la grandezza della cucina e tutto il resto. Resta ancora una cosa: trovare il nome!

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Corona Chronicles #001

Dear readers, let me welcome you to the first-ever English written post of this blog. It has been an idea of mine to start writing in English for a very long time, but due to busy days (and mostly extreme levels of procrastination) it is one on which I have never acted on before. To save my ass from critique, bear with me as I get the hang of writing in this language which I have known for almost 20 years but that is, in fact, not my first one.

Now, before we start and get deep in this article, let me give you a little background about myself.

My name is Marqo, I’m 28 years old and I’m from Italy. Of the 28 years I’ve been on this earth, the last 12 I have spent on a wheelchair due to a backflip gone wrong. Sounds like an interesting story? Trust me, it is! But this is not the time nor the place to tell it. Just know that ending in a wheelchair at 16 has in no way affected the fire that burns inside me. I’m still longing for a better life, financial independence and everything that comes with it.

This hunger, this ambition if you prefer to call it that way, has led to me becoming an entrepreneur, starting two businesses and being almost totally independent from my family. I have traveled around the world, told my story in front of up to 600 people, had girlfriends and breakups, joy and despair, ups and downs. And even though I’m nowhere near the man I dream to become, I can proudly say that up to this point I have lived a very fulfilling life. But enough with me bragging, let’s get to the point!

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Happy Birthday Marqo.it!

Avevo già previsto tutto: domani mattina mi sarei svegliato, avrei aperto il computer e iniziato a scrivere un post per festeggiare i sette anni di questo blog.

Ma mentre sto qui sdraiato nel letto ad ascoltare musica proveniente dai lontanissimi anni 2000, ritrovo l’antico richiamo che ultimamente mi brucia un po’ meno nel petto. Scrivere.

Quindi, almeno questa notte, lascerò che a parlare sia ciò che ho sepolto appena dietro gli occhi.

Sette anni dicevo. Una serie infinita di giorni che mi hanno visto assente e produttivo in un’altalena infinita che mi porta ad esprimere, nel bene e nel male, il meglio e il peggio di cui sono capace.

Cosa provo in questo momento? Nostalgia.

Forse per colpa della musica. Oppure perché ripenso al giorno in cui ho scritto il primo post con lo pseudonimo di marqo.

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Just Keep Moving #029

Di fronte alla crudeltà della vita non bisogna arrendersi, ma rispondere con più vita.

Inizia così, il 29º episodio di JKM, con una citazione di Nietzsche che ho scoperto l’altro ieri (google non mi dà conferme in merito, ma la frase è bellissima quindi checazzomenefregaame).

Un episodio che inizia, dicevo, con questo inno alla vita che mi trova però, malinconico. Della mia malinconia e della sua radice, ne parlerò alla fine del post. Ora voglio concentrarmi sulla vita, mettendo da parte per un attimo la crudeltà che n’è, ahimè, l’altra faccia della stessa medaglia.

Vita, la mia in particolare, che nei mesi in cui ho marinato questo blog, di movimento ne ha visto tanto.

A partire dal progetto che mesi fa promettevo di raccontare settimanalmente in questa rubrica, la mia scuola privata per l’insegnamento della lingua inglese.

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Il Primo Marzo

Ciao Marco. Oggi è il 1 marzo, e sono 11 anni che te ne sei andato. Mi fa strano usare queste ultime parole, perché sebbene abbia già parlato di te al passato, e scritto più volte di come tu non ci sia più, un post come questo rende la cosa ufficiale.

Da quel 1 marzo 2008, sono già passati 11 anni. Una cazzo di vita! E vedessi com’è cambiato mondo. Tutti hanno internet sul telefono, e mandare un messaggio non costa più 15 centesimi. I ragazzini hanno smesso di uscire in compagnia, e non vogliono più il motorino. I carabinieri, mi dicono, hanno cambiato atteggiamento verso i pochi che ancora lo scooter, lo truccano. Non c’è più nessuno che gli scappa, e non hanno più nessuno da rincorrere a sirene spiegate per le vie del paese.

Anche le strade del paese sono cambiate. Gli interminabili rettilinei sono stati interrotti da una serie infinita di rotonde, che riducono gli incidenti ma rendono praticamente impossibile stabilire un record personale di impennata. La musica è cambiata, e con lei tutto ciò che 11 anni fa ti rendeva parte della categoria giovani.

Mi chiedo cosa ne penseresti tu, di questo mondo odierno. In che modo affronteresti le tue sfide quotidiane, tu che ti facevi beffa di tutto e tutti. Se ti fosse stata data l’opportunità di crescerci, in questo strano mondo, che persona saresti diventata? Cosa faresti oggi? Quali sarebbero i tuoi pensieri, e le tue opinioni? Se non te ne fossi andato a 16 anni, chi saresti adesso, bambino mio?

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Just Keep Moving #029

Oggi sono stanco. L’orologio del computer segna le 18:50, e se davvero esistono giornate più lunghe di altre, questa è sicuramente una di quelle. Vi confesso che provo un po’ di vergogna nel dire che sono stanco, perché ho l’impressione che suoni come un lamento, ma ho deciso di scriverlo comunque. In un post precedente ho detto che avrei raccontato la professione dell’imprenditore nella maniera più sincera possibile, e scrivere slogan motivazionali, oggi, sarebbe una grandissima menzogna. Mi sento soddisfatto di ciò che ho fatto durante la giornata, ma allo stesso tempo sono davvero prosciugato. Ho chiuso e aperto il computer una decina di volte, indeciso se scrivere o meno. La solita vocina mi diceva di farlo domani, ma siccome ho imparato a mie spese che ascoltarla non porta nulla di buono, eccomi qui a buttar giù due righe.

Giornata lunga, dicevo. È iniziata stamattina presto mentre cercavo di smaltire i residui della cena di ieri al ristorante indiano (il chicken tikka è la cosa che più al mondo si avvicina al nettare degli dei, finché non devi digerirlo) e mi preparavo a farmi tatuare l’ennesimo capolavoro di Davide. La mattinata è stata dedicata a quello, e dopo quattro ore letteralmente volate (e un frullato proteico al volo) mi sono buttato a capofitto nel lavoro.

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Maria

Cara nonna, oggi ti ho salutata per sempre. E ti assicuro, che nonostante mi fossi aspettato questo giorno almeno 1 milione di volte, questa sera, il per sempre un po’ mi schiaccia.

È strano, perché mi sono sempre creduto piuttosto distante dinnanzi alla morte, quasi non mi toccasse nemmeno. L’ho sempre considerata, e la considero tuttora, parte inscindibile della vita. Qualcosa di inevitabile.

Sarà perché l’ho vista in faccia, mentre fredda ricambiava il mio sguardo. O perché nella mia breve vita (breve paragonata alla tua) di persone ne ho viste partire più di quante avrei voluto. Magari dipende dalla genetica, o dal carattere. Non so spiegarmelo, so solo che ci ho sempre convissuto bene. Eppure, oggi non è così.

Mi sono svegliato ripensando ai ieri pomeriggio, quando un po’ controvoglia (non mi è mai piaciuto andare a trovare i morti, perché ho sempre pensato sia meglio ricordarsi una persona da viva) sono venuto a trovarti alla camera ardente. Te ne stavi la, sdraiata, con gli occhi chiusi e le mani incrociate. Tra le dita, reggevi un rosario identico a quelli che mille volte ti ho visto stringere nelle mani ogni volta che venivo a casa tua. Ti avevano messo un vestito nero, che tanto piace alla mamma, e un foulard bianco attorno al collo.

Ti ho guardata per un po’, ed ho pensato che la mamma aveva ragione. Sembravi davvero una nobildonna. Mi sono chiesto se quelle a cui hai fatto da governante per tutta la vita, abbiano mai avuto almeno la metà della grazia che esprimevi in quel momento.

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