Tumulto

Questa sera osservavo le fronde degli alberi di fronte a casa mia.

Avevano le chiome che scuotevano nel vento, e i rami che si piegavano sotto la forza di quel soffiare.

Osservavo questi giganti silenziosi accettare senza il minimo lamento le sferzate del vento, ed ho lasciato correre i pensieri.

C’era del tumulto, là in alto.

Eppure sembrava che a loro non importasse.

Poi ho cominciato ad osservare dentro di me, ed ho scoperto che dopo tutto, c’era del tumulto anche lì.

A differenza delle piante però, io che pianta non sono, sembravo non voler accettare la tristezza che pian piano iniziava a sgomitare per conquistare più terreno.

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La Sentirai Ridere.

Sarà nel sole di un giorno, identico agli altri, che le note della sua voce ti accarezzeranno.

La sentirai ridere nel vento, cristallina e gelida come acqua, e ti fingerai sordo.

Proverai a nascondere quel sentimento indecifrabile che di tanto in tanto ti assale, pensando che il mondo, e lei, non se ne accorgeranno mai.

Potrai raccontartela come hai fatto altre volte, ignorando la risposta che hai sempre avuto nel cuore.

Ma non sarà con questa illusione che cambieranno le cose.

Non cambierai tu, come non cambierà lei.

Poco importa, ti dico. Ci penserà il vento a ristabilire l’equilibrio.

Quella bilancia universale che sembrava in perfetta stabilità, e che insieme avete fatto pendere da un unico verso con così tanta violenza, da mandarla in frantumi, si ricostruirà pian piano.

Lo so che oggi ti sembra impossibile. E che ci soffri. Ma chi si mette in gioco, e sceglie di correre il rischio di vedere il proprio cuore andare in frantumi, pur di sentirlo riempirsi un giorno ancora, ha più resilienza di quanto immagini.

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Riflessi.

Questa sera fumavo una sigaretta in bagno, davanti allo specchio enorme che si trova dietro i lavandini.

Fissavo l’immagine riflessa, mentre sbuffavo il fumo a ripetizione, senza curarmi troppo dei particolari.

Ero quasi arrivato al filtro, quando i miei occhi hanno incontrato quelli del ragazzo in sedia a rotelle che mi stava seduto di fronte.

Senza che aprisse bocca, o emettesse un singolo suono, ho capito ciò che aveva da dire in quei profondi occhi azzurri: “Siamo la stessa persona, testina! Te ne sei già dimenticato?”.

Ho sentito il suolo aprirsi sotto di me, mentre un brivido freddo mi ha percorso la schiena.

Com’è possibile tutto ciò? Perché vedendo la mia immagine riflessa in uno specchio, mi ostino a non vedere una persona in sedia a rotelle?

Ho fissato per un po’ quel ragazzo che ricambiava le mie occhiate dallo specchio, cercando di scorgere altri messaggi in quegli occhi che si facevano via via, più tristi.

Alla noncuranza di prima, ho sentito sostituirsi la malinconia.

Poi, com’è arrivata, allo stesso modo se n’è andata. O forse così, ha voluto che credessi la mia mente.

Mi sono riproposto, in questi ultimi anni, di abbattere lo schermo che porta il mio cervello a filtrare la mia situazione, facendomene dimenticare l’esistenza. Mi ripeto che devo imparare a riconoscere la persona che ricambia i miei sguardi nello specchio, perché solo così imparerò ad apprezzarne il valore.

Eppure, nonostante abbia preso questa decisione con risolutezza, mi rendo conto raramente di essere tetraplegico. Questo meccanismo, abitudine, costrutto mentale (chiamatelo un po’ come volete) che mi ha salvato la vita anni fa, è un vizio veramente difficile da estirpare.

Sono consapevole della sua esistenza, ma non riesco a combatterlo.

E per quanto alcuni di voi la possano considerare una conseguenza giustificata di ciò che mi è successo, sono consapevole che ciò sia una mia grande mancanza.

Perché imparare ad essere consapevole di essere in sedia a rotelle, sarà la chiave che mi permetterà di sbloccare il mio potenziale, e fare l’ennesimo passo in avanti.

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Stringimi.

Stringimi, che sto per partire.

Ti chiederai dove, magari perché, ma una risposta non ce l’ho.

Non l’avevo allora, e forse non l’avrò mai.

Poco importa. Tu stringimi, che al resto penserà il vento.

Non saranno più le tue, le braccia in cui potrò affondare il volto, e le difficoltà del giorno.

Avremmo dovuto dircelo da tempo.

Ma il tempo, mentre mi stringevi ed io ascoltavo il tuo respiro, non passava mai davvero.

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Un Cuore.

Un cuore lo sa, o forse no, ma poco importa.

Non vuol sentir parlar di logica, in ogni caso.

Un organo curioso, e solitario, che ti porta incessantemente a cercarne uno simile.

Ma nonostante brami l’intrecciarsi per sempre ad un altro, solo rimane, a fare il suo lavoro.

E nella solitudine di cui è artefice, quando un cuore si spezza, a sentirne il frastuono sei solo tu.

Aggiustarlo poi, è faccenda complicata.

Puoi provare a raccoglierne i pezzi, incollarli con mano tremante, ma non c’è colla che tenga.

E sebbene la logica gli suggerisca di attendere paziente, ricomporre i cocci rotti del cuore, a un cuore, risulta impossibile.

Ti dicono che il tempo guarisce ogni ferita, che con lo scorrere dei giorni, i tagli che adesso lo lacerano andranno via via rimarginandosi; si trasformeranno in cicatrici, e tu non proverai più dolore.

Ma valla a spiegare tu questa teoria, a un cuore, quando ad ogni battito si accorge che ne manca un secondo, che fino a poco prima gli batteva all’unisono.

Quel ritmo che nel tempo lo ha alimentato, e che oggi non è altro che un silenzio assordante.

Un cuore lo sa, o finge che non sia così, ma poco importa.

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Il Primo Marzo (del 2021)

Gli anni passano. Veloci. Anzi, velocissimi. Così veloci che mentre ti penso e ne scrivo, posso quasi sentire il tempo scivolarmi tra le dita della mano.

Sarà stato il caso, o l’universo, ma ho iniziato questo post con l’obiettivo di non nominarti. Ho pensato che per una volta, una sola soltanto, avrei potuto brillare della mia luce. Senza per forza riflettere ogni fottuto raggio di sole che filtra su questo blog, sulla chioma infinita di capelli mossi che ti ritrovi.

Mi sbagliavo, ma questo già lo sai. Leggi ogni mio singolo pensiero, stronzetto impertinente. Sai così tante cose sul mio conto da sapere che le ultime parole che ho scritto, non le penso veramente. Almeno dal punto di vista dell’essere uno stronzetto.

Mi sbagliavo sul fatto che non saresti stato al centro del mio ennesimo post del 1 marzo. Avrei potuto prevederlo, considerato il fatto che ci sono giorni in cui sei ancora al centro dei miei pensieri.

Quindi sì, pensare che sarei stato capace di escluderti dalle mie parole scritte, è stato uno sbaglio madornale. L’ennesimo di una lunga striscia di errori commessi, strade sbagliate, vette mai scalate. Eppure, in questi mesi ci un po’ fatto l’abitudine. Saranno l’età, gli anni che passano, i virus che ci aleggiano sul collo, ma non penso di aver mai avuto un periodo che testasse a tal punto la mia pazienza.

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Dovremmo Stare Nudi, Io e Te.

Dovremmo stare nudi, io e te.

Sdraiarci sotto un tetto basso, ad ascoltar la pioggia picchiettare sulle tegole.

Battere il tempo con le dita, goccia dopo goccia, per lasciar scorrere le mani l’un sull’altro, mentre disegniamo capolavori che non vogliono pittura.

Mi prenderesti in giro, lo so. Diresti mille volte che penso solo a quello, che sono come tutti gli altri uomini.

Risponderei guardandoti senza emettere un suono, e abbozzando un sorriso, il mio silenzio ti darebbe ragione.

È vero. Che dovremmo stare nudi, io e te, lo ripeto spesso. Come ogni altro uomo, ti vorrei svestita sempre.

Ma puoi forse biasimarmi, se il destino ha fatto sì che t’incontrassi?

Se sono stato così scemo da svestirmi, per far entrare i tuoi occhi nei miei, perché farmene una colpa?

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Just Keep Moving #030

Breve storia.

Un pollo e un maiale stanno passeggiando l’uno accanto all’altro, entrambi persi nei propri pensieri. Vagano avanti e indietro per l’aia della fattoria fin quando il pollo, quasi come fosse appena stato folgorato sulla via di Damasco, rompe il silenzio con una proposta per il maiale.

“Io e te dovremmo aprire un ristorante!”

Il maiale, preso alla sprovvista dalla stravagante uscita del pennuto, smette di passeggiare e comincia a ragionare sulla proposta appena ricevuta. Passa qualche minuto, forse più di qualche, e poi risponde.

“Ci sto, apriamo un cazzo di ristorante!”

Galvanizzati dall’idea di diventare ristoratori, i due si mettono subito a discutere i dettagli dell’operazione. Decidono il numero dei coperti, il colore delle pareti, la grandezza della cucina e tutto il resto. Resta ancora una cosa: trovare il nome!

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Corona Chronicles #001

Dear readers, let me welcome you to the first-ever English written post of this blog. It has been an idea of mine to start writing in English for a very long time, but due to busy days (and mostly extreme levels of procrastination) it is one on which I have never acted on before. To save my ass from critique, bear with me as I get the hang of writing in this language which I have known for almost 20 years but that is, in fact, not my first one.

Now, before we start and get deep in this article, let me give you a little background about myself.

My name is Marqo, I’m 28 years old and I’m from Italy. Of the 28 years I’ve been on this earth, the last 12 I have spent on a wheelchair due to a backflip gone wrong. Sounds like an interesting story? Trust me, it is! But this is not the time nor the place to tell it. Just know that ending in a wheelchair at 16 has in no way affected the fire that burns inside me. I’m still longing for a better life, financial independence and everything that comes with it.

This hunger, this ambition if you prefer to call it that way, has led to me becoming an entrepreneur, starting two businesses and being almost totally independent from my family. I have traveled around the world, told my story in front of up to 600 people, had girlfriends and breakups, joy and despair, ups and downs. And even though I’m nowhere near the man I dream to become, I can proudly say that up to this point I have lived a very fulfilling life. But enough with me bragging, let’s get to the point!

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Happy Birthday Marqo.it!

Avevo già previsto tutto: domani mattina mi sarei svegliato, avrei aperto il computer e iniziato a scrivere un post per festeggiare i sette anni di questo blog.

Ma mentre sto qui sdraiato nel letto ad ascoltare musica proveniente dai lontanissimi anni 2000, ritrovo l’antico richiamo che ultimamente mi brucia un po’ meno nel petto. Scrivere.

Quindi, almeno questa notte, lascerò che a parlare sia ciò che ho sepolto appena dietro gli occhi.

Sette anni dicevo. Una serie infinita di giorni che mi hanno visto assente e produttivo in un’altalena infinita che mi porta ad esprimere, nel bene e nel male, il meglio e il peggio di cui sono capace.

Cosa provo in questo momento? Nostalgia.

Forse per colpa della musica. Oppure perché ripenso al giorno in cui ho scritto il primo post con lo pseudonimo di marqo.

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