
Non era riuscito a chiudere occhio nemmeno quella notte, dal momento in cui il secondino aveva spento la luce ogni minuto l’aveva speso immaginando una vita al di fuori delle mura di quella cella. Lo faceva ogni notte, fissava il soffitto finché non lo vedeva sgretolarsi e partiva poi per un volo solitario sopra la città, lasciandosi alle spalle la prigione. Quando rientrava all’alba sul suo viso si disegnava un sorriso, erano riusciti a imprigionarlo, ma non a togliergli la voglia di sognare; una magra consolazione direte voi, ma quando ti trovi chiuso in carcere senza aver commesso alcun crimine, riuscire a farlo diventa vitale come mangiare, bere o respirare. Se ne stava seduto in quella cella tutto il giorno senza mai avere un’ora d’aria, non gli veniva permesso di ritornare alla vita normale nemmeno per un secondo e questo rendeva tutto più difficile. Se passi troppo tempo lontano da ciò che ti fa sentire vivo inizi ad esserlo sempre meno, cominci con il dimenticare quanto è bello vivere e finisci con l’abituarti a non farlo più.
Nonostante il tribunale che l’ha riconosciuto colpevole abbia scelto di infliggergli la pena che più di tutte sa di morte, non ha mai smesso di ricordare il profumo della vita. Tutte le notti sfonda le mura che gli hanno imposto, per volare sopra la città e del profumo di vita riempirsi i polmoni. Scivola lungo i viali alberati carezzandone le foglie, sorvola l’oceano sfiorandolo con le dita, corre nel deserto apprezzandone la quiete e, appena prima di tornare alle sbarre della sua cella, dolcemente plana sul cuscino dove Lei riposa per baciarla e ricordarle che, nonostante la sentenza, lui rimane un innocente.
“Dal profondo della notte che mi avvolge, buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro, ringrazio gli dei chiunque essi siano per l’indomabile anima mia.” (William Ernest Henley)