Mal di collo.

‘Journey of a Thousand Miles' by Budi Satria Kwan

Oggi ho capito realmente quanto sono stato vicino alla morte quando ho avuto la setticemia. “Eri già dall’altra parte” ha precisato il chirurgo che mi ha operato quel giorno dopo che il suo collega ha risposto “disperate” alla domanda: “In che condizioni mi trovavo in quel momento?”. Gratitudine, ecco cosa ho provato guardandoli, mi hanno salvato la vita e per questo mi sono promesso di essergli grato per sempre. Continuando a parlare con loro ho scoperto una cosa che mi ha fatto incazzare tantissimo perché, se è grazie a loro che sono vivo, è grazie all’arroganza di alcuni medici dell’ospedale Niguarda di Milano che ho rischiato la morte. Non solo la loro superbia mi ha quasi ucciso, mi ha anche condannato ad una vita di dolori da cui mai riuscirò a liberarmi perché, indipendentemente dal fatto che io torni a camminare oppure no, la parte cervicale della mia colonna vertebrale è ormai compromessa per sempre. Avrò dolori lancinanti al collo finché vivo perché una dottoressa ha ritenuto inutile cercare la causa delle contrazioni che mi buttavano giù dalla carrozzina, perché per lei scegliere di guardare altrove e continuare a imbottirmi di miorilassanti è stato più facile che dedicarmi del tempo , perché l’infezione che mi corrodeva la spina dorsale non la conosceva e questo non poteva ammetterlo pubblicamente e, purtroppo, perché il dolore sarà sempre e solo mio e lei non ci dovrà convivere mai.

Potrò un giorno portare i miei figli sulle spalle come faceva mio padre con me? Riuscirò a convivere con il dolore per il resto dei miei giorni? Che farò da vecchio, sarò sempre piegato dalle fitte al collo? Si potranno mai ricostruire le ossa che formano una vertebra? Ecco alcune delle domande che assillavano il mio cervello una volta terminato l’appuntamento con entrambi i medici, domande tanto semplici quanto dolorose all’idea del giorno in cui sarei stato costretto ad affrontarne le risposte. Ho deciso allora di andare nella piccola chiesetta della clinica in cui mi trovo per ringraziare Dio di avermi lasciato la vita quel 21 Agosto  2009 in cui ho rischiato di perderla per sempre, nell’uscire ho visto una coppia di fidanzati che camminavano mano nella mano e la grandezza di quel gesto mi ha così sconvolto che ho subito detto a me stesso: “Appena torni in camera devi scrivere un post sul blog, e devi scriverlo soprattutto per quelli che la mano se la tengono sempre senza mai apprezzarlo veramente!”.

E così eccomi qui, da solo in una stanza d’ospedale con un’azione bastarda come quella che mi hanno fatto i dottori di Milano da perdonare e una lezione di vita, se mi riuscirà di farlo, da insegnare a chiunque leggerà questo post. Le cose che scrivo potranno sembrarvi inutili e ripetitive, ma con il senno di poi penso a quanto mi avrebbe fatto bene leggerle quando avevo quindici anni, senza per forza doverle imparare perdendo tutto quello che avevo. Se potessi essere al vostro posto, con tutti i beni e i mali che caratterizzano la vostra esistenza, vi siete mai chiesti come mi comporterei? Se lo avete fatto, la risposta è che vivrei ogni giorno come un miracolo, mi godrei la vita appieno per il semplice fatto di avere la fortuna di poterlo fare, amerei in modo sconsiderato, senza riserve e senza paura,  perdonerei chi mi fa del male perché il mio tempo non lo sprecherei odiando e sarei grato di quello che ho, foss’anche soltanto un giorno senza mal di collo.

 

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