Marqo.

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Mi chiamo Marqo, ho quarant’anni e vi voglio raccontare la storia più assurda della mia vita.

Tutto e cominciato ventiquattro anni fa, quando facevo il bulletto con le persone più deboli di me e impennavo con il motorino, quando il mio nome era ancora Marco e le persone mi conoscevano come il “Gemello Cattivo”, quando avevo davanti agli occhi tutto il necessario per essere felice ma non riuscivo a vederlo e, soprattutto, quando la vita decise di impartirmi la lezione più bella nel peggiore dei modi. Paralizzato dal collo in giù per il resto dei tuoi giorni, ecco l’infame diagnosi che mi venne presentata in ospedale dopo il salto mortale che quasi mi era costato la vita, una “botta” tanto forte da mozzarmi il fiato, tanto spaventosa da spegnere la voglia di vivere che da sempre aveva caratterizzato la mia persona e, con il senno di poi, una botta tanto “bella” da insegnarmi a vivere in un modo migliore.

Parlare di queste cose a quarant’anni è sicuramente più facile che farlo a sedici, o quantomeno lo fa sembrare più accettabile perché, anche adesso che conosco il finale di questa storia, ritengo un’ingiustizia che determinate persone debbano scoprire così presto quanto sa essere dura e brutale la vita, che ad alcuni individui venga imposto di crescere in fretta e di lasciarsi alle spalle una giovinezza che non si sono nemmeno potuti godere appieno. Io il mondo l’ho sempre voluto scoprire prima degli altri, tutte le “esperienze” le facevo con anni di anticipo rispetto a molti miei coetanei e, quasi come se l’universo avesse deciso di darmi una lezione, mi sono ritrovato ad affrontare i problemi “veri” quando tanti altri ne ignoravano ancora l’esistenza.

Quelli che mi sono toccati dopo che la vita mi ha mostrato la sua altra faccia non sono stati anni semplici, ho dovuto combattere cinque mesi per riguadagnare una cosa “scontata” come la respirazione autonoma, ho visto la morte e la sofferenza regnare sovrane tra le corsie degli ospedali in cui sono stato ricoverato, ho avuto circa venti ore totali di operazioni chirurgiche, sono sopravvissuto ad una forte setticemia che mi ha quasi sconfitto, sono diventato dipendente dagli altri per tutte le mie necessità, ho pianto così tanto da sfinirmi e ho dovuto vedere miliardi di volte riflessa nello specchio la cosa che maggiormente mi faceva soffrire: La Tetraplegia.

Con il passare degli anni ho cominciato a raccontare le mie angosce, paure e gioie a un blog, ho cercato in tutti i modi possibili di dimostrare a chi leggeva i miei post che la vita poteva ancora essere bella nonostante le avversità, ho cercato di dimostrargli che il sorriso che avevo stampato in faccia non era una finzione e che la sofferenza era parte integrante della nostra esistenza, che si soffre perché siamo esseri umani e che non c’è nulla di male nel farlo. Nonostante il mio continuo scetticismo verso le mie doti di “scrittore”, furono moltissime le persone che apprezzavano quello che postavo sul blog e, mentre ognuna di esse mi diceva quanto le mie parole gli avessero migliorato la vita, nella mia testa stava nascendo l’idea di scrivere un libro.

La storia per ora si ferma qui, perchè se vi raccontassi il finale modifichereste le vostre azioni riscrivendolo per intero e cancellereste pure me, Marqo Monteverdi. Questo post è da parte mia per Marco, il ragazzo che sono stato molti anni fa e che adesso voi vedete tutti i giorni su quella carrozzina che gli sembra una gabbia tanto stretta da impedirgli di spiegare le ali e volare. Sono “tornato indietro nel tempo” per dire a Marco di stare tranquillo, di credere nelle sue capacità fino in fondo, di credere con tutto se stesso in un lieto fine sicuro e di cominciare a impegnarsi per far si che i suoi sogni si realizzino, perché gli manca davvero poco per riuscirci. A voi chiedo le stesse cose che chiedevo vent’anni fa, imparate dai vostri errori, ricordatevi di amare la vita  e imparate a rispettarla perché è l’unica che avete, godetevi le cose che possedete indipendentemente dall’importanza che gli attribuite e, come ho già detto a Marco, confidate sempre nel fatto che i vostri sogni, grandi o piccoli che siano, se ci mettete impegno si realizzeranno davvero. Grazie per tutto il bene che mi avete fatto quando il mio nome lo scrivevo ancora con la C, vi sarò per sempre riconoscente. Con affetto,

Marqo.

 

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