Rompersi il collo.

Tutto si muove a rallentatore, come se una telecamera che solitamente riprende una partita di calcio stesse facendo la moviola del mio salto mortale, e mi accorgo da subito di non aver impresso abbastanza forza nello slancio che mi permetterà di completare il giro.

Non allungo le braccia per parare l’urto imminente e vedo la terra capovolgersi, chiudo gli occhi e atterro con tutto il peso del corpo sulla testa; non c’è nessuna vita che si srotola tipo pellicola cinematografica davanti ai miei occhi, nessuna luce mistica alla fine di un tunnel scuro e nessun grido di dolore, tutto è annichilito dalla scossa terribilmente reale che sento nel collo e dalle formiche che tutto ad un tratto abitano ogni parte del mio corpo.

Con gli occhi serrati dalla paura cerco di capire quello che mi è successo, tento di alzarmi senza successo quando una forza invisibile mi schiaccia sul tappeto elastico e mi inchioda ad esso, provo a stringere la mano ma è come se si fosse addormentata in un sonno eterno e, mentre sento montare la paura, decido di guardare il mio corpo.

Non è nella posizione in cui credevo che fosse ma sta abbandonato di lato quasi fosse quello di una bambola di pezza, distolgo lo sguardo e provo a gridare “AIUTO” ma dalla mia bocca esce quello che pare più un rantolo di un vecchio morente, le lacrime arrivano con la stessa velocità delle persone presenti alle giostre quella sera che subito circondano i tappeti elastici, vedo i loro volti sconvolti e lascio che la paura fluisca liberamente perdendo ogni contatto con la realtà.

Mentre il titolare dei tappeti tenta inutilmente di spostarmi cadendomi addosso, le uniche cose a cui riesco a pensare sono che non sono più padrone del mio corpo e che man mano che i minuti passano il mio respiro si fa sempre più debole, dandomi così la convinzione che ognuno di essi può essere l’ultimo.

Sono finito in quest’incubo da quella che mi sembra un’eternità quando vedo arrivare Andrea, il mio gemello, e dopo poco mia madre, che mi dice di stare tranquillo mentre piango e smetto di lottare contro la forza invisibile che mi ancora al suolo; vengo imbragato su una barella e come una bara che attraversa la navata della chiesa che ha appena assistito al suo funerale, vengo caricato sull’ambulanza sotto lo sguardo dei presenti.

A bordo comincio a chiedere ai membri del pronto soccorso se rimarrò paralizzato senza però sapere esattamente cosa voglia dire, le lacrime continuano a scendere inesauribili mentre come ultima spiaggia decido di pregare la Madonna sperando in un suo aiuto; tutto quello che ricordo dopo è un turbine di facce, parole terrificanti come catetere e lesione, mani che mi toccano senza che io le possa sentire, sirene dell’ambulanza che mi trasporta a Brescia e la faccia della vice-primaria del reparto di rianimazione che mi cala una mascherina sulla bocca e mi invita a contare fino a dieci… arrivo a “sei” e cala il sipario, tutto viene avvolto dalle tenebre mentre l’anestesia mi fa scivolare in un sonno senza sogni.   

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