Marqo.

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Mi chiamo Marqo, ho quarant’anni e vi voglio raccontare la storia più assurda della mia vita.

Tutto e cominciato ventiquattro anni fa, quando facevo il bulletto con le persone più deboli di me e impennavo con il motorino, quando il mio nome era ancora Marco e le persone mi conoscevano come il “Gemello Cattivo”, quando avevo davanti agli occhi tutto il necessario per essere felice ma non riuscivo a vederlo e, soprattutto, quando la vita decise di impartirmi la lezione più bella nel peggiore dei modi. Paralizzato dal collo in giù per il resto dei tuoi giorni, ecco l’infame diagnosi che mi venne presentata in ospedale dopo il salto mortale che quasi mi era costato la vita, una “botta” tanto forte da mozzarmi il fiato, tanto spaventosa da spegnere la voglia di vivere che da sempre aveva caratterizzato la mia persona e, con il senno di poi, una botta tanto “bella” da insegnarmi a vivere in un modo migliore. Continua a leggere Marqo.

Oscar Pistorius.

Mai avrei pensato che, tra tutti quelli che dipingo come “idoli” e modelli da seguire, sarebbe stato proprio Oscar Pistorius a macchiarsi del crimine peggiore: l’omicidio. Cresciuto in Sud Africa, a soli undici mesi dalla nascita subisce l’amputazione parziale di entrambe le gambe e, nonostante tutte le difficoltà che incontra nella vita, riesce a diventare il primo atleta disabile a competere contro atleti normodotati alle Olimpiadi . Continua a leggere Oscar Pistorius.

Dedicarle una canzone.

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Stare sdraiato sul letto a guardarla negli occhi senza accorgermi del tempo che passa, riderci per cose stupide, parlarci di tutto, baciarla per passione o per gioco,  accarezzarle i capelli, sentire l’odore della sua pelle, farci le coccole, farci l’amore, disegnare con le dita linee immaginarie sul suo corpo, guardarla sorridere, ascoltarla parlare e sognare con lei. Continua a leggere Dedicarle una canzone.

AIUTO.

Ho la febbre, di nuovo, sono nel letto solamente da un giorno e non ne posso già più. Sono incazzato con me stesso, nonostante mi fossi ripromesso di vivere senza rabbia, perché sono incapace di portare a termine qualsiasi cosa mi riproponga di fare. Non sono mai stato così, se c’era una cosa di cui mi potevo vantare era che faticare non mi faceva nessuna paura, passavo i miei pomeriggi ad aggiustare motorini o a sudare sette camice allo skatepark, lavoravo ore e ore per il semplice piacere di vedere realizzato il progetto che avevo in testa, mentre ora non ci riesco più. Continua a leggere AIUTO.

Uno scopo.

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Perché a me? Perché tra tutti gli stronzi del pianeta dovevo essere proprio io quello che si rompeva il collo e rimaneva paralizzato? Ecco la domanda che mi pongo tutte le volte che mi ricordo di essere tetraplegico, tutte le volte che guardo la bacheca di Facebook e vi vedo sorridenti, fidanzati o in vacanza e tutte le volte che devo affrontare una situazione secondo me ingiusta. “Non è giusto” ripeto a me stesso, non è giusto non poter fare skate, non è giusto non poter guidare, non poter correre, non poter essere indipendenti, dover dormire con i genitori perché non puoi scoprirti se hai caldo e non puoi bere se hai sete, dover guardare gli altri mentre fanno quello che vorresti fare tu, non è giusto vedere il proprio corpo appassire su una carrozzina. Continua a leggere Uno scopo.

Domani.

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Oggi è stata una giornata dura, sono molto arrabbiato con me stesso perché non riesco a trovare la voglia di impegnarmi nella realizzazione di qualcosa di concreto. La mia mente salta da un’idea all’altra, io trovo scuse per evitare di sbattermi e finisco con il passare le mie giornate a sognare di essere un’altra persona, mi rifugio nelle foreste raccontate nei libri che leggo e per qualche tempo è lì che sono realmente, è li che corro a fianco di meta-lupi e combatto contro i Lannister dimenticandomi del letto in cui sono sdraiato, della situazione in cui mi trovo. Oggi, per esempio, ho immaginato come sarebbe stata la mia vita se fossi nato con le stesse doti calcistiche di Balotelli, Continua a leggere Domani.

Billy.

 

La settimana che è appena passata sono stato a Lanzarote, una delle nove isole che insieme formano l’arcipelago delle Canarie, e in sei giorni effettivi di vacanza ho avuto parecchie disavventure. Ho passato tutto il primo giorno al sole garantendomi così per quello successivo un “soggiorno” forzato a letto causa febbre a 38, il terzo, il quarto e il quinto sono stati giorni caratterizzati dalla quasi totale assenza del sole e il sesto ed ultimo è servito esclusivamente alla mia faccia per ustionarsi e riempirsi di vescichette che mi hanno tormentato per tutto il viaggio di ritorno. Continua a leggere Billy.

Rompersi il collo.

Tutto si muove a rallentatore, come se una telecamera che solitamente riprende una partita di calcio stesse facendo la moviola del mio salto mortale, e mi accorgo da subito di non aver impresso abbastanza forza nello slancio che mi permetterà di completare il giro.

Non allungo le braccia per parare l’urto imminente e vedo la terra capovolgersi, chiudo gli occhi e atterro con tutto il peso del corpo sulla testa; non c’è nessuna vita che si srotola tipo pellicola cinematografica davanti ai miei occhi, nessuna luce mistica alla fine di un tunnel scuro e nessun grido di dolore, tutto è annichilito dalla scossa terribilmente reale che sento nel collo e dalle formiche che tutto ad un tratto abitano ogni parte del mio corpo. Continua a leggere Rompersi il collo.

Mariavittoria.

Avete presente la canzone “La regina del celebrità” degli 883? Quella che racconta la prima volta in discoteca di Max Pezzali, quando vede una ragazza così bella da guardarla estasiato mentre balla, così perfetta da sognarla di notte e così inarrivabile da desiderarla con tutto se stesso senza però mai riuscire a “tirare fuori le palle” e parlarle. Questa canzone ha sempre avuto un significato particolare per me perchè mi ricorda quando avevo quindici anni e la mia regina del celebrità si chiamava Mariavittoria, aveva un viso che la faceva sembrare un angelo, due grandi occhi azzurri che ti illudevi potessero essere solo per te e un sorriso che ti faceva fare quello che lei ti chiedeva senza sforzo e senza porti mai nessuna domanda.

Aveva la mia età ma usciva con i ragazzi più grandi, a me e i miei amici lasciava solo la speranza di poterla conoscere, cosa che una volta che fosse avvenuta non avrebbe fatto altro che relegarci al ruolo dell’amico senza mai avere delle vere chance per essere qualcosa di più. Sono passati già sei anni da allora, eppure quando sento questa canzone non posso fare a meno di pensare a lei con un sorriso, di ripensare a quel periodo così bello e complicato della mia vita che non potrò rivivere mai più ma che ricorderò  per sempre con gioia . Io in verità un po’ più di palle di Max Pezzali le ho avute, con Mariavittoria ci parlavo e ci scherzavo, e l’ultima volta che l’ho vista è stata la sera del mio incidente. Da allora è cambiato tutto, lei è diventata mamma e io sono diventato meno stupido, e forse è proprio per questa ragione che ho scritto questo post. Qualcuno, prima o poi, doveva dirle cosa è stata lei per noi.

“Un giorno che ero in giro in centro per caso, 
dalla vetrina di un negozio ho visto un viso noto. 
Finta di niente mi sono fermato, 
ed eri tu per mano con tuo marito 
e il tuo bambino che dovrebbe avere 
a occhio e croce due anni o tre, 
che strano piacere che ho provato. 
Chissà se qualcuno ti ha detto mai, 
cosa sei stata tu per noi.” 

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One day.

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Un giorno non sarò più costretto a sognare la vita che vorrei vivere, mi guarderò allo specchio e ci vedrò la persona che immagino ogni notte, vedrò un Marco con il corpo che funziona bene tanto quanto il suo cervello. Braccia muscolose, fisico asciutto di sempre tornito dallo sport che pratico tutti i giorni, capelli lunghi e ribelli, barba vecchia di qualche giorno che non riesce a nascondere le cicatrici che ho sul collo quasi a volermi ricordare la fragilità della vita, mani grandi e forti, grandi occhi azzurri e un sorriso per tutti. Continua a leggere One day.